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Fare miracoli: la scuola Duncombe di Londra

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Fare miracoli: la scuola Duncombe di Londra
di Giorgio Maghini
15 aprile

em>Il caso della “Duncombe” come spunto di riflessione per una scuola che sempre più acquisisce carattere “sociale”.


“Gli alunni che non hanno diritto al pasto gratuito (per la povertà della famiglia di appartenenza) sono la minoranza. Anzi, sono solo due su tutta la scuola”.
Inizia così un articolo del Times Educational Supplement del 26 ottobre 2012 che racconta della Duncombe Primary School di Londra.

La Duncombe è “la scuola più povera dell’intero paese”, molti degli alunni sono seguiti dai Servizi Sociali, altri sono testimoni di violenze, o arrivano a scuola senza aver dormito o mangiato abbastanza.
Le difficoltà di comportamento e apprendimento sono all’ordine del giorno. Il 75% di loro parla l’inglese come seconda lingua, molte dei genitori sono rifugiati o richiedenti asilo… in questa scuola i problemi (che peraltro a tutte le scuole capita di affrontare al giorno d’oggi) sembrano concentrarsi tanto da diventare la norma, ma questo non le ha impedito di ricevere dagli ispettori dell’Ofsted (l’organismo ministeriale che valuta il sistema scolastico inglese) valutazioni “eccezionali”.

Il metodo usato è stato quello di accettare la povertà come un dato di fatto e lasciare che tale presa d’atto influenzasse tutto ciò che veniva fatto a scuola; il risultato di ciò è stato la creazione di una scuola “unica” e di “straordinario successo”. Non è stato un cambiamento istantaneo: la Duncombe ha da sempre la qualifica di “scuola difficile”, e il cambiamento - che oggi genera straordinari risultati in termini di apprendimento degli alunni - è durato 23 anni, il lasso di tempo passato dalla entrata in servizio dell’attuale dirigente, Barrie O’Shea

Le scelte che hanno costruito un tale successo sono di due tipi: “tecniche” e “vocazionali”.

Fra le prime ci sono la lettura dei problemi degli alunni in una chiave globale che non considera solo i limiti oggettivi ma porta alla luce anche le potenzialità, chiudendo così la porta alla profezia autoavverante di “bambino con problemi”, la valorizzazione del plurilinguismo come risorsa cognitiva e didattica, la partecipazione dei genitori, un uso intensivo dell’apprendimento cooperativo e del partnership teaching che dà ai ragazzi la possibilità di trasformarsi in insegnanti per i compagni più piccoli…

Tra le seconde, invece, troviamo numerose ore di straordinario, supporto ai genitori, anche nel risolvere problemi di abitazione, immigrazione, violenza domestica, accoglienza dei genitori clandestini e di ragazzi che non sono iscritti alla scuola ma non hanno altre opportunità e, in generale, quello che viene definito «passaggio da “scuola” a “comunità”», un’affermazione tanto impegnativa quanto difficilmente definibile.

L’articolo termina dicendo: «La ricetta è semplice: investimenti, insegnanti e dirigenti di alta qualità, e un investimento sulla comunità nel senso più ampio del termine».

Prendendo quel «semplice» come un esempio di humour inglese, la Duncombe ci spinge a una riflessione su quello che potrebbe essere il futuro di molte delle nostre scuole…

Vai all'articolo completo di TES sul caso dell Duncombe Primary School

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